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lunedì 9 aprile 2012

Capitolo I. La fuga

L'albero si rivelò l'ostacolo più difficile della giornata.
Garhea osservò a lungo il brutto e marcio tronco occupare l'intera strada. Sapeva bene che l'unica alternativa per vincerlo era saltarlo, così si fece forza, prese aria e riuscì nell'intento con un balzo che a lei parve gigantesco.
Fu più semplice di quanto pensasse. Non fece in tempo a complimentarsi del successo ottenuto quando si accorse di aver regalato a un ramo dell'ormai vinto sfidante un pezzo della gonna.
Osservò il proprio vestito: lo strappo mostrava parte della piccola gamba destra conferendo all'intero abito un tono quasi selvaggio. Era una delle poche gonne che la vecchia Raya riusciva a permettere alla bambina; saperla guastata le avrebbe causato un immediato isterismo.
Garhea sapeva bene che lì si sarebbe limitata la cosa; Raya brontolava spesso ma non aveva mai alzato le mani contro di lei. La peggiore punizione finora ricevuta era stato il divieto di uscire per un giorno; un divieto poi ridottosi a metà giornata.
La troppa tolleranza di Raya aveva alimentato in Garhea i più detestabili difetti: in soli due anni, la fragile e introversa figlia di Shair era diventata un essere selvatico, aggressivo e arrogante.
Passava la maggior parte del tempo nei boschi a correre sugli alberi o a tentare di cacciare con l'arco da lei stessa costruito. Nonostante le prede diventassero ogni giorno più rare, Garhea tesseva quotidianamente le lodi della propria invenzione. Era un arco che a stento si poteva definire tale: un ramo piegato ai cui estremi era stata legata una corda molto fine. I dardi altri non erano che legnetti appuntiti dopo un lungo lavoro manuale.
Quel pomeriggio la caccia era stata piuttosto misera: un'incauta arvicola l'unico trofeo. L'animaletto era stato appeso alla cintura del vestito nel vano tentativo di imitare i veri cacciatori, quelli che Garhea vedeva qualche volta lungo il sentiero.
Il trofeo l'aveva resa di ottimo umore. Una volta giunta a casa lo avrebbe esibito davanti alla scettica Raya e lei sarebbe stata costretta ad ammettere ancora una volta quanto fosse stata abile.
Osservò un'ultima volta la preda: a differenza del vestito era rimasta immune al salto. Si lasciò sfuggire un sorriso e riprese il cammino verso casa.
Trovò Raya sulla porta, come sempre a braccia incrociate e con il brontolio pronto a partire. Decise di esibire il topolino sfoderando un sorriso trionfante.
“Sono la più grande cacciatrice del bosco!”
Lo sguardo di Raya poteva già essere una risposta, ma la vecchia parlò.
“I lupi t'invidiano piccola; un giorno busseranno alla porta per chiederti qualche lezione!”
Garhea si accorse del sarcasmo ma preferì non farci caso. Trotterellò verso la donna continuando a mantenere quel sorrisetto arrogante sul volto. “E io gli dirò di andarsene!” affermò una volta giunta alla soglia. I suoi grandi occhi azzurri incontrarono quelli grigi della vecchia. Questa fece per risponderle ma lo sguardo si spostò sul vestito. E fu il caos. Le braccia cessarono di essere incrociate per andare a rifugiarsi nei pochi capelli rimasti. “Garhea il vestito! Il vestito! Garhea era l'unica cosa passabile che avevi! Garhea per tutti gli dei...”
Ma la piccola era già sgusciata all'interno della casa. Raya seguì i suoi spostamenti con lo sguardo evitando di concentrarsi troppo sullo strappo dell'abito faticosamente comprato. La diretta proprietaria non sembrava curarsene affatto, anzi, continuava a piroettare per le stanze perdendo talvolta dai capelli foglie solitarie o rametti. Se un tempo erano stati biondi, lunghi e avvolti in morbidi boccoli, ora erano sporchi, ribelli e pieni di nodi. Raya aveva provato a sistemarglieli ma la furia della piccola e i morsi l'avevano presto fatta desistere. Ancora una volta lasciò che il sospiro facesse scemare la disperazione: più si arrabbiava con la bambina, più le cose peggioravano. “Sistemati i capelli e prendi posto a tavola” bofonchiò raccogliendo stancamente una foglia secca caduta da quel crine leonino. La tavola era apparecchiata in modo fin troppo sobrio: due ciotole in legno colme di riso, due boccali, una brocca d'acqua e del pane nero.
“Non ho fame del tuo cibo.”. Garhea guardò di sottecchi la vecchia ma prese comunque posto. Nonostante gli otto anni continuava a restare una bambina piccola di statura e molto esile, quasi malaticcia. Eppure di energia ne aveva da vendere.
“Guarda un po' il mio cibo è l'unico cibo.”
“No, io ho l'arvicola!”
“E allora mangia la tua arvicola!”. L'esasperazione della donna riuscì a terminare la discussione per qualche istante. Garhea fece per riprendere ma un rumore di zoccoli destò l'attenzione di entrambe. Sembravano molti, e dalle voci non potevano che essere soldati o mercenari.
Entrambi persone poco gradite.
Garhea provò a parlare ma Raya la zittì alzando rapidamente la mano. “Zitta.” aggiunse senza staccare gli occhi dalla porta. Non pareva affatto tranquilla. Fuori gli uomini iniziavano ad avvicinarsi all'entrata. Spostò un solo istante gli occhi verso Garhea. “Nasconditi. Dove non so. E non uscire per nessuna ragione al mondo.”. Il tono cercava di essere fermo ma la bambina intuì bene il tremore nascosto. Fece per obiettare ma Raya la precedette: “Vattene dannazione! Ascoltami per una buona volta!”. Ben sapendo di avere poche alternative e convinta dal tono spaventato di Raya, Garhea scese dalla sedia con un salto e raggiunse la stanza da letto nonché ultima camera della casa. Nel frattempo qualcuno aveva già bussato sonoramente alla porta. In preda a un terrore via via crescente la piccola finì con il nascondersi sotto il letto. Lo faceva spesso quando combinava qualche disastro o solo per il gusto di far spaventare la povera Raya. Il nascondiglio era piccolo e stretto ma sfruttando il piccolo corpo riuscì a infilarsi senza problemi nello spazio tra il materasso e il legno del letto.
Nell'altra stanza gli uomini erano entrati e avevano iniziato a parlare con Raya. Garhea cercò di ascoltare quanto avevano da dire.
“Stiamo cercando una bambina.” disse uno degli uomini, probabilmente il capo. Aveva una voce molto roca e bassa che non lasciava presagire nulla di buono. Sentì i suoi piedi muovere qualche passo e l'elsa della sua spada sbattere su quella che doveva essere stata una sorta di rudimentale armatura.
Raya non impiegò molto a rispondere. “State cercando nel posto sbagliato. In questa orribile casa vive solo una vecchia donna. Non ho tempo per i bambini.”. Qualcuno si mosse, forse un altro uomo. “Menti donna, sappiamo che lei è qui.” la voce di questi era più stridula, l'esatto contrario di quella del presunto comandante. Altri passi, altro acciaio tintinnante. Garhea non aveva mai udito un suono tanto sinistro.
“Continuo a non capire di chi state parlando. Di bambini ne sono passati in questa casa, ma è stato molto tempo fa. Ora sono cresciuti quanto basta per dimenticarsi di me.”
Si chiese come Raya riuscisse a restare calma nonostante la situazione. La voce della vecchia era burbera come sempre, quasi disinteressata. Seguì un breve momento di silenzio nel quale la stessa Garhea credette che tutto fosse finito. S'immaginò già i cavalieri tornare dai propri destrieri e scomparire per sempre dalla brutta casetta che in fondo amava. Lei sarebbe corsa da Raya e, per un volta, l'avrebbe anche abbracciata. L'anziana donna non le aveva mai prestato notevoli attenzioni né Garhea provava grande interesse per lei, eppure entrambe sapevano bene di avere solo l'altra come unica compagnia.
Accadde tutto in un attimo. Sentì dei passi, dei movimenti bruschi, una sedia cadere e la brocca frantumarsi a terra. Qualcuno era stato buttato sul tavolo. Garhea ebbe la conferma di chi fosse dopo aver udito un tenue gemito di dolore. Strinse il labbro fra i denti finché non iniziò a sanguinare. Tutti i muscoli del corpo erano tesi e pronti a scattare, ma non si mosse. Doveva obbedire a Raya, doveva restare ferma. Invisibile.
“Te lo dico un'ultima volta, vecchia. Dicci dove si trova la piccola bastarda.”
Quando sentì l'uomo estrarre la spada fu sul punto di urlare. Cercavano lei, perché coinvolgere Raya? Si tappò la bocca con una mano. Zitta, doveva restare zitta. Alcune lacrime riuscirono involontariamente a scenderle sul volto, così come involontariamente il respiro iniziò ad accelerare.
Gli altri uomini sembravano essersi ammutoliti. Qualcuno a volte si muoveva facendo tintinnare l'arma. Ombre nere pronte ad aspettare il comando del proprio capo.
Un secondo gemito interruppe quel breve attimo di silenzio.
Forte, doveva essere forte.
“...È andata a sud...è partita stamattina all'alba...l'ho cacciata io stessa...”. Non c'era più freddezza in quella voce di bugiarda, solo tanto dolore e tanta paura. L'uomo imprecò sottovoce, qualcuno tra i tanti si mosse indispettito. Forse era stato quello dalla voce stridula.
Poi accadde.
Sentì la lama muoversi e subito dopo quel suono che Garhea giurò di non dimenticare mai.
La voce della morte.
Raya gorgogliò qualcosa e cadde pesantemente a terra. L'odore del sangue fresco non impiegò molto a diffondersi in quelle due piccole stanze. Ormai in preda al terrore, Garhea riuscì appena a reprimere un urlo e a nascondere meglio il volto umido di lacrime. Non aveva mai tremato così tanto. I soldati intanto si erano destati come se risvegliati da quel turbido spettacolo.
“Dobbiamo fidarci?”
“Non lo so. Perlustrate la casa da cima a fondo.”
A parlare erano stati i due uomini, quello dalla voce stridula e l'assassino di Raya. Dopo aver udito le direttive gli altri guerrieri iniziarono a muoversi per tutte e due le stanze. Erano cinque in totale, cinque uomini armati contro una bambina di otto anni. Garhea sapeva bene di avere poche speranze.
Due di loro entrarono nella camera. Entrambi erano molto alti e portavano l'armatura. Garhea non riuscì a guardare altro di loro dal basso del pavimento, ma suppose fossero molto giovani. Si muovevano veloci e, come gli altri, stavano mettendo a soqquadro l'intera dimora.
Buttarono giù un piccolo comodino, aprirono un vecchio baule di vestiti e, infine, uno si diresse verso il letto. Non sarebbe stato difficile alzare il materasso di paglia e piume; a volte riusciva la stessa bambina.
Sentì l'uomo prenderne un lato. Bastava un semplice colpo per tirarlo totalmente via. Garhea chiuse gli occhi. S'immaginò il volto del soldato che aveva ucciso Raya, grosso e sorridente nonostante il misfatto compiuto. Immaginò la spada ancora insanguinata calare sul suo esile corpo e, in quell'istante, gli ultimi bricioli di sicurezza caddero definitivamente.
L'uomo alzò il materasso.
La trovò raggomitolata su se stessa. Garhea fece appena in tempo ad alzare lo sguardo verso il suo assalitore: aveva un volto molto giovane e bello, gli occhi erano azzurri come i suoi e i capelli castani. Portava una leggera barba castana che tentava di rendere il volto più adulto, ma non poteva questo avere più di vent'anni.
Erano passati ben due anni ma Garhea non aveva mai dimenticato il volto di suo padre.
L'uomo che aveva sempre amato, che la faceva correre sul pony nei verdi prati della landa, lui che di notte le raccontava le favole su draghi e principesse...lui, ora, le stava dando la caccia.
Non fece in tempo a muovere un solo muscolo che si ritrovò nuovamente il materasso addosso.
“Qui non c'è niente.”
Lapidario, freddo; un tono che Garhea non aveva mai conosciuto. L'altro uomo, probabilmente distratto, si limitò a mugugnare qualcosa e ad abbandonare la stanza. Suo padre, invece, restò per qualche minuto. Avrebbe voluto parlargli, abbracciarlo, baciarlo, ma sapeva che non era possibile. Qualora l'avesse fatto si sarebbe trovata sgozzata al fianco di Raya o portata chissà dove.
Vittima di quella situazione così insensata e dei suoi stessi sentimenti, la bambina giurò a sé stessa di tacere. Ora che sapeva dove si trovava, suo padre sarebbe certamente tornato a prenderla.
Anche sua madre sapeva ma non era tornata. E gli anni trascorsi erano ormai due. Ancora una volta cercò di non pensarci. Non doveva pensare a niente, non in quegli attimi tanto delicati.
“Vai verso nord. Vai a Glenstone.” fu questo il sussurro di suo padre, debole e quasi impercettibile.
Nell'altra stanza il comandante aveva già fatto cenno ai suoi uomini di ritirarsi. Alcuni erano già sui cavalli. Garhea tentò di rispondere ma suo padre abbandonò rapidamente la stanza. Si aggiunse agli altri soldati ed uscì dalla casa silenzioso com'era apparso.
Il comandante fu l'ultimo a varcare la porta. “Andiamo verso sud come ha detto quella stupida vecchia. Se è partita questa mattina non dev'essere troppo lontana.” disse ai suoi uomini, poi salì sul proprio destriero e lo lanciò al galoppo verso il sentiero.
Quando il suono degli zoccoli dei cavalli fu ormai un eco lontano, Garhea scoppiò finalmente a piangere.

venerdì 6 aprile 2012

Prologo-L'addio

Il cavallo terminò finalmente il sentiero. Faceva freddo, persino l'animale sembrava soffrirlo nonostante la spessa bardatura. Fiato caldo usciva dalle sue narici per andarsi poi a disperdere nell'aria fredda. Sembrava quasi il fumo di uno di quei draghi delle leggende.
Osservò e ascoltò quel respirare finché non sentì gli occhi e la testa diventare pesanti.
Si riscosse: non era quello il momento di riposare. L'aria gelida penetrava ovunque costringendola a coprirsi di continuo; sembrava davvero impossibile sfuggire a quella morsa letale.
“Non temere, manca poco...”
La calma voce di sua madre riuscì a tranquillizzarla. Alzò il piccolo volto guardandola per qualche istante, poi, vittima delle sferzate, fu costretta a nasconderlo nuovamente nel piccolo mantello donatole. Da quel che era riuscita a scorgere, la donna pareva a suo agio: il suo volto era tranquillo, rilassato, come se non temesse il rigido clima. Gli occhi dorati restavano proiettati verso il sentiero; nemmeno una volta si rivolsero altrove. Occhi di miele, diceva suo padre, che ben pochi avevano. In effetti era un colore strano quello dell'iride: una specie di marrone ambrato simile a quello delle leonesse delle Terre Orientali.
Ed era proprio 'La Leonessa' l'appellativo che le avevano attribuito i fratelli della Congrega.
Non solo per gli occhi, ma anche per i lunghi capelli biondi e il volto felino. Bellissimo quest'ultimo solo dal lato destro; il sinistro il più delle volte restava coperto da un apposito rialzo del mantello perché orrendamente sfregiato da un lungo graffio.
A lei non faceva paura quel graffio. Eppure sua madre continuava a volerlo tenere nascosto a tutti. Forse era proprio lei ad esserne terrorizzata. Non tanto dallo sfregio quanto, piuttosto, dal passato che esso conservava.
Il cavallo si fermò interrompendo l'apice quei numerosi ricordi. La donna passò le redini alla mano destra, sfilò i piedi dalle staffe e scese dall'animale con un movimento fluido e sicuro. Poco dopo allungò le braccia e fece scendere pure lei. Sentì la neve inumidirle subito le piccole scarpine di cuoio e le gambe formicolare a causa della lunga posizione assunta, ma cercò di non farci troppo caso. Doveva comportarsi da persona forte, così le aveva detto sua madre.
Questa dopo aver legato l'animale a un albero la prese per mano e la condusse oltre il sentiero, dove l'attendeva una casetta piccola e sporca, probabilmente abbandonata. Non provò a farle domande; sapeva che non avrebbe ricevuto nessuna risposta.
Da quando erano partite la Leonessa era rimasta più taciturna del solito. Le sue uniche affermazioni o domande erano scontate, quasi irritanti. Le aveva chiesto se stava bene, se aveva fame o sonno. Le aveva detto di tenere duro, di stare coperta e di comportarsi bene. Lei avrebbe voluto piangere ma questo l'avrebbe fatta notevolmente arrabbiare, così restò zitta e seguì diligentemente il percorso.
Ad attenderle, alla soglia della brutta casupola, c'era una vecchia donna. Era vestita nel modo più povero che avesse mai visto; ogni parte della sporca tunica che portava era stata corretta da una toppa. Indossava anche una cuffietta che un tempo doveva essere stata bianca e che ora invece appariva giallo pallido. Sotto di questa, corti e sporchi capelli grigi non si degnavano di nascondere un volto ancora più brutto del vestito. Brufoli e rughe, questi gli unici due elementi a comporlo.
La vecchia continuò a osservare sia lei sia sua madre senza muovere un muscolo. Aveva le braccia incrociate e l'espressione decisamente scocciata. Quando arrivarono a poca distanza dall'entrata della casupola sentì sua madre parlare. Il tono era freddo e insensibile, quello che solitamente usava con i suoi sottoposti.
“Suppongo di essere puntuale.”
“Lo sei eccome” sputacchiò la vecchia rivelando un'orrenda fila di denti gialli quanto la cuffietta. Diede uno sguardo rapido anche a lei poi aggiunse: “È dunque questa qui?”
Sua madre annuì.
“Ah, pensavo fosse più grandicella...mi hai portato un cucciolo ancora sporco di latte!”
“Sa cavarsela quanto basta; non ti creerà problemi.”
La vecchia donna brontolò ancora qualcosa, poi si voltò e fece ritorno all'interno della casa.
Lei continuava a non capire. Chi era? E perché quelle parole? Guardò sua madre e stavolta gli sguardi s'incrociarono. Vide i chiari occhi ambrati assumere una luce mai vista. Passarono un paio di istanti prima che sua madre si decidesse a parlare. Sembrava costarle un'enorme fatica, eppure cercava in tutti i modi di non darlo a vedere.
“Ascolta Garhea, la donna che hai appena visto ti terrà al sicuro per un breve periodo di tempo. Tu dovrai obbedirle senza discutere. E non farla arrabbiare. Qualsiasi cosa accada verrà prontamente a riferirmelo. Sono stata chiara?”
Il tono era stato freddo e veloce, quasi stesse dettando direttive militari agli uomini della sua congrega. Di solito parlava così quando era di cattivo umore o quando Garhea aveva combinato qualcosa. La bambina deglutì e, finalmente, parlò.
“Mamma ma lei puzza ed è brutta...non ci voglio stare con lei...”
Vide sua madre sorridere per un brevissimo istante, ma nessuna felicità si nascondeva in quella mossa; tutt'altro. Fece passare una mano sulla sua piccola testa bionda coperta dal cappuccio. E ancora, la guardò.
“Garhea devi farlo per me e per tuo padre. Questo è il posto più sicuro per te. Non dovrai starci molto, solo qualche giorno. Poi tornerò a prenderti e tutto finirà.”
Garhea non riuscì a staccare i chiari occhi azzurri, dono di suo padre, da quelli della madre. Sentì una lacrima scenderle sulla guancia, poi un'altra e un'altra ancora. La donna riuscì a raccoglierle tutte con un dolce gesto della mano. Si chinò un poco sulla bambina e continuò a parlarle con un tono ormai bassissimo e un sorriso sempre più faticoso sul lato del volto visibile.
“Promettimelo Garhea. Promettimi che non fuggirai, promettimi che mi aspetterai.”
Ancora non riusciva a capire niente di tutta quella storia. Nata da appena 6 anni e già costretta a separarsi dalle sole creature che amava. Per cosa? Per un motivo e lei sconosciuto, forse troppo difficile da capire per una bambina tanto piccola. Guardò ancora sua madre, bella e fiera, l'unica donna amata da suo padre. Chissà ora egli dov'era. Troppe domande, poche risposte.
Si fece forza. Doveva comportarsi bene.
“Prometto solo se tu prometti di venire a prendermi con papà.”
Lo disse in un tono incrinato e forse troppo capriccioso, ma sua madre sembrò non notarlo. Fece un altro di quei sorrisi e le diede un morbido bacio sulla guancia.
“Te lo prometto Garhea, fosse l'ultima cosa che faccio.”
La vecchia donna fece nuovamente capolino alla porta. Con passo lento e strascicato arrivò fino alla bambina e le pose una mano rugosa sulla piccola spalla.
Guardò sua madre e lei di rimando guardò la vecchia.
Non si dissero nulla, solo sguardi: quello inespressivo della donna e quello di sua madre, che a stento riusciva a fare altrettanto. Garhea ormai poteva ben leggere la tristezza sul volto della persona che più amava; colei che l'aveva messa al mondo.
Alla fine la donna si voltò e con un passo veloce fece ritorno al proprio destriero nero. Qualche movimento e si ritrovò già in sella, pronta a partire. Garhea provò a raggiungerla ancora una volta ma la vecchia continuò a mantenere la presa sulla spalla senza tuttavia farle male.
“Madre!”
E sua madre, la sua bella Leonessa, si voltò, forse sorpresa da quell'appellativo mai usato dalla bambina.
“Hai promesso madre!”
Fu l'unica cosa che riuscì a dire tra tutte le lacrime ormai scese. Forse ne vide una pure sul quel volto fiero, ma era troppo lontana per esserne sicura. La donna voltò il cavallo verso il sentiero appena percorso. Le sorrise.
“Ho promesso, sì...”
Fece per partire ma stavolta fu la vecchia a parlare.
“...Shair.”
E sua madre si voltò ancora una volta.
Un'ultima, sola volta.
“...Stai attenta.”
E anche all'anziana riservò uno sguardo ormai carico di tristezza.
Annuì con un solo e secco movimento del capo.
Garhea non riuscì a guardare la risposta della vecchia ma suppose fosse identica a quella della donna. Uno sguardo e un cenno con la testa.
Dopo quel breve momento, Shair spronò il destriero e partì al galoppo lungo il sentiero coperto di neve.
Quella fu l'ultima volta che Garhea vide sua madre.
Un puntino nero scomparire in uno sfondo completamente bianco.